Santa Flavia

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Bio della Storia

Faccio parte di una famigli numerosa. Eravamo in otto, quando è situato questo racconto. Poi siamo diventati nove e poi di nuovo otto, perchè l’ultimo a visitarci è stato il primo ad andarsene. Non si capisce e come tutte le cose che non si capiscono è difficile, duro, doloroso. I primi anni della mia vita li ho vissuti a Palermo, con questa bella compagnia che era la mia famiglia. La casa di via Villafranca era ampia e noi figli dormivamo in due per stanza. La mia stanza non era lontana da quella dei miei genitori dove sicuramente da piccolo avrò fatto molte capatine. Avevo l’abitudine di fare “pilu pilu” alle coperte di lana, per cui molte di loro venivano private della loro sostanza a favore di acune nuvolette di pelo colorato che mi piaceva stringere e accarezzare fra le dita.
A scuola ero passato dalle cure di Suor Anna Pia a quelle di Suor Anna Eligia, con le quali mi trovavo bene, ma solo dopo aver costretto mia madre per diversi mesi a rimanere fuori dalla nostra aula. Guai se a un certo punto della mattinata mi fossi accorto che non c’era più la sua caviglia! Erano tragedie!

Ricordo del tabellone dei premi che le suore assegnavno agli alunni più bravi e che Suor Anna Eligia per correggere la mia scrittura che già iniziava a inclinarsi a sinistra, mi aveva disegnato una “f” che a differenza della mia pedeva sulla destra… ricordo quando mi raccontarono la leggenda del pettirosso e quando salutammo col valzer delle candele la madre superiora che si trasferiva in un’altra città. Sarà stato il pathos del valzer o l’insieme della cerimonia, ma ricordo che nonostante non conoscessi bene la superiora alla fine mi dispiacque un po’.
Ma il meglio erano i mesi estivi in cui con i genitori, le sorelle e i fratelli eravamo in un posto speciale per stare in vacanza.
Santa Flavia era il paese vicno Palermo dove trascorrevamo le nostre vacanze, in una dependance della Villa Paladino, abitata dall’avocato Paladino. Piccolo ossuto, con il sigaro in bocca, me lo ricordo, per lo più con i pantaloni corti e la canottiera mentre intagliava il legno in uno spazio destinato all’uso proprio fra la sua abitazione e la nostra. Con uno degli scalpelli che mi divertivo a conficcare nella terra umida un giorno stavo per staccarmi un mignolo del piede. Un’altra volta mentre andavo in altalena – bersaglio in movimento – mio fratello mi centrò in fronte con una zolletta di terra che però conteneva una pietra. Cose che succedevano fra bambini. Un’altra volta giocavo rotendo col filo di cotone una casetta di legno fatta per contenere conigli (sempre di legno o di terracotta). Il più dispettoso dei miei fratelli allora si avvicinò pericolosamente per interrompere il mio gioco. A questo punto era una sfida di coraggio – oggi si direbbe una “challenge” – io che non mi fermavo e lui neppure. La challenge finì per per miracolo mio fratello, artista del dispetto, non perse l’occhio – ma ne porta la cicatrice – mentre io, re del puntiglio, mi presi uno spavento incredibile.
Comunque, oltre al cimitero dei “saraceni” che invece scoprimmo poi che erano fenici (era il cimitero della vcina Solunto), che avevamo accanto alla villa, scarsamente protetto da un filo di ferro piuttosto lasco, dove in realtà più che i saraceni c’erano carcasse di cani morti e nonostante tutto noi ci stavamo spesso, oltre questo c’era soprattutto il mare, un bellissimo mare, nelle immeditae vicinanze di Capo Zafferano. Il luogo, non so perchè, veniva chiamato “le anime sante del Purgatorio” (mentre oggi si chiama “Lido del Carabiniere”) ed era di proprietà del signor Saccullo (allora era consentito dalle leggi demaniali).
Questo signore dalle piccole dimensioni e dall’aspetto duro, aveva la pelle bruciata dal sole e un tono lievemente scorbutico. Oltre alle bevande, fra le quali spiccava la Royal crauni (la “i” era sua) Cola, teneva pulita la spiaggia e all’occorenza ti forniva la pietra pomice per pulire i piedi dalla pece, l’ago e l’alco, per togliere le spine dei ricci, l’ammoniaca per curare le punture di Medusa.
Saccullo aveva resistito in modo arcigno contro le proposte di vendita, ma, a quanto pare, aveva poi incontrato chi l’aveva buttato giù dalla scogliera e così era morto.

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